Il privilegio del collare. Un sogno Illuminante.

Indossare il collare o essere libero? Video in soggettiva di un cane. Il collare della dipendenza o del condizionamento inconsapevole.

Ho sognato di accompagnare una persona famosa ad un incontro pubblico, una specie di fiera o congresso, dove molte persone con diversi interessi si ritrovavano. Siamo stati accolti con grande entusiasmo, tutti volevano presentarsi, salutare e farsi vedere vicino al leader. Godere della manifesta fiducia di una persona così famosa, benvoluta, rispettata ed invidiata, mi faceva sentire importante. Non che la mia opinione contasse veramente qualcosa, lo conoscevo superficialmente e era solo una fortuita coincidenza che io fossi nel gruppo dei suoi accompagnatori. L’unico lieve fastidio collaterale era doverlo seguire nei suoi continui spostamenti tra un gruppo di persone e l’altro .

Ad un certo punto lo persi di vista e, come accade nei sogni, mi ritrovai improvvisamente in un altro contesto. Ero in un campetto ai margini della fiera, pronto ad effettuare un calcio d’angolo in favore dell’unico giocatore che mi incitava ad un assist davanti alla porta. Dopo un primo tentativo ridicolo e maldestro ripetei il tiro e questa volta il passaggio riuscì perfettamente, piazzando la palla al posto giusto il mio compagno segnò il goal della simbolica vittoria. Così mi avvicinai per festeggiare ed accadde una cosa strana. Mi ritrovai a camminare accanto a lui ma all’altezza dei suoi fianchi, come limitato da un guinzaglio. Non ero più libero di muovermi a mio piacimento e la visione era molto più ristetta. Nel mio campo visivo apparve un oggetto tenuto nella mano di chi mi tratteneva, forse un osso o qualcosa di simile. Questa situazione mi apparve così buffa che scoppiai a ridere di cuore e improvvisamente mi risvegliai.

Riflettendo sul sogno: quante volte indossiamo un collare senza esserne consapevoli? Quale prezzo siamo disposti a pagare per essere liberi?

Raccolta da Facebook -2018 2019-

Il fiume mi ha affascinato da sempre, attirandomi a sè fino a caderci dentro.
Da bambino, mentre guardavo le effimere svolazzanti sulla sponda, mi sono distratto, precipitando nella roggia che passava vicino casa.
Nulla di serio per fortuna, solo un veloce tuffo nell’acqua bassa e una breve camminata grondante verso casa.

Ma il fiume con le sue acque, che scorrono sempre diverse e sempre uguali, mi porta con sè ancora adesso.

Il fiume Sile a Quinto di Treviso

Vorrei tornare a riveder le cose come un bambino. Vedendole ora per la prima volta per ciò che sono, con l’innocenza del non pregiudizio. Le cose piccole e le cose grandi, e giocare con loro come allora.
Da piccolo bastavano i sensi, da grande nuovi mondi si svelano e richiedono sensibilità più affinate. Siamo fatti per esplorare, come un tempo i sentieri dei prati, oggi le strade della vita. In alto lo sguardo tra una scoperta e l’altra per cogliere la prospettiva! Non so dove si arriverà, ma l’orizzonte è lontano e le possibilità aperte. F.B.

(foto scattata durante “la 200” ed. 2018 a bordo di “Croce del sud” di Silvano Minello)

«Un bambino guarda tutto come se lo vedesse per la prima volta; il genio non è che l’infanzia ritrovata per un atto di volontà». [Charles Baudelaire]

Come gocce d’acqua soli danziamo,
scontrandoci ed incontrandoci in un apparente caos

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Ricordi d’infanzia

Era con Leuccio che ho esplorato vagabondando, tutto il quartiere.
Dalle Acquette al Chiodo e altri luoghi ancora…
Abbiamo vissuto insieme avventure che oggi ritrovo solamente nella migliore letteratura.

Credo che nella nostra mente, siano segnate, profonde e basilari, tutte le relazioni (nella loro infinita varietà) tra persone, animali e cose, che da bambini abbiamo incontrato.

Cosi oggi desidero ringraziare Leo per la sua amicizia e la sua continua capacità di sorprendermi.

E’ il Villaggio che cresce le Persone.

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Un bagliore scorgo lontano…
Ambiente alieno: procedere con cautela.

Il Dronista

Volare all’interno del tempio di San Nicolò a Treviso con il drone.
E’ un’esperienza che ricorderò per sempre, un accavallarsi di emozioni e di pensieri.

E’ il cuore, il primo a parlare:
Lo spazio enorme ma chiuso a mia disposizione.
La paura di perdere la concentrazione e di danneggiare le opere irripetibili che mi circondano.
Certo che sono assicurato! Ma il valore a rischio è inestimabile.

La mente prosegue:
Devo pilotare in atti-mode.
Senza quindi l’assistenza del GPS che non è affidabile all’interno di spazi chiusi.
Settare la risposta del drone in caso di assenza del segnale del radiocomando.
Vicino alle pareti, a causa del flusso d’aria creato, il drone tende ad essere “attratto” dal muro, fare attenzione.

Aumenta la concentrazione.
I rumori si fanno ovattati.
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(———–o———–)
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La preparazione al volo del drone e il rituale di verifica delle eliche.
La magia del radiocontrollo che si attiva, l’app sullo smarthphone.
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La scelta (ecco qui) del luogo di decollo.
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La procedura di accensione. Il controllo pre volo. Il decollo!

xxx zzzzzzzzzzzzzzzzzz zzzz zzz z zzz zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz….

Alcuni istanti in hovering per sintonizzarci l’un l’altro.
I suoni si focalizzano solo su quello che è indispensabile ascoltare:
il ronzio regolare e le variazioni nel rumore delle eliche: un feedback acustico in risposta ai movimenti delle dita sugli stick del radiocomando.

E’ quasi come suonare uno strumento musicale.

Gli stick come le corde della chitarra o i tasti del pianoforte.

Una metà di me controlla la quota (z) e la rotazione (r), l’altra metà il movimento sugli assi (x) e y.
Il dito medio sinistro si occupa del tilt della camera.
Lo sguardo concentrato sul drone in volo, la visione periferica pronta a segnalare il minimo allarme.

In questi rari attimi, il drone diventa un’estensione dei miei sensi.

Le orecchie tese al ronzio delle eliche.
Gli occhi concentrati.
Lo spazio si dilata.
Il cuore si stabilizza.
(Rec) si vola!

“Tu non puoi essere altro che te stesso.
Allora rilassati. L’esistenza ha bisogno di te così come sei.”
Osho

Quando sei solo, nessuno ti può infastidire… tranne te stesso. FB

dav

Perchè ho scelto te tra mille altre?
Mi guardavi, diversamente dalle tue sorelle.

«Lascia perdere la fede!» ripeteva sempre Ciang. «Non t’è mica servita la fede, per volare. T’è bastato l’intelletto: capire la faccenda. (R.Bach, 2006, 57)

“Non dar retta ai tuoi occhi e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto, e scopri quello che conosci già, allora imparerai come si vola.” R.Bach da “Il gabbiano Jonathan Livingston”

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Nella periferia di Treviso (SMR) – tra il 1970 e il 1975

Tra le palazzine dove vivevo da piccolo e dove abito tuttora, corre una rete, interrotta a metà da uno stretto passaggio pedonale. In queste case, allora di proprietà del demanio militare, alloggiava il personale dell’esercito, che negli anni della guerra fredda, garantiva il presidio dei confini tra l’Europa e i paesi del blocco sovietico. Erano famiglie provenienti da tutto il Paese ma prevalentemente dal meridione e dalle isole, una particolare rappresentanza di italiani di cui magari vi parlerò più avanti.
La rete divideva le famiglie dei sottufficiali dell’esercito, da quelle dell’aeronautica e degli ufficiali. Non ho mai capito la necessità di una tale separazione anche perché, in quegli anni, nella parte più a nord, vicino al muro del campo sportivo, era stata completamente schiacciata a terra, tanto che noi ragazzini usavamo quel varco per scorrazzare liberamente da una zona all’altra. Era naturale per noi usare quel passaggio, era anche la via più breve per giungere ad un luogo meraviglioso.
C’era un bar gelateria vicino alla chiesa, che per noi ragazzini rappresentava il massimo del piacere. Quando ci ritrovavamo qualche soldino in tasca, dalla paghetta di casa o per qualche lavoretto fatto in giro, ci fiondavamo da Romeo per comprarci un ghiacciolo, qualche caramella o un delizioso cono con panna.
La rete calpestata non era comunque una bella vista e così qualcuno decise di mettere a posto le cose. La vecchia recinzione fu sostituita da una nuova. L’ammasso rugginoso e contorto sparì e al suo posto fu eretta una nuova rete, uguale alla precedente ma nuova e splendente. Il passaggio pedonale in mezzo c’era ancora, ma a noi ragazzini non andava di dover fare il giro più lungo per andare da Romeo.
In capo ad una settimana però accadde un fatto strano, nella parte a nord, dove fino a pochi giorni prima c’era il varco schiacciato, la nuova rete cominciò a piegarsi.
Prima una lieve curvatura del bordo superiore e poi, man mano che passavano i giorni, la rete scese fino a terra. Ovviamente non credo si trattasse di un fenomeno paranormale.
In ogni caso, dopo meno di un mese, il passaggio era riaperto e la strada breve verso la gelateria ripristinata. La situazione rimase così per molto tempo, fino alla ristrutturazione attuale dell’area.

Ora è tutto più ordinato, con stradine asfaltate e giardini condominiali. La rete c’è ancora e passiamo tutti dai varchi predisposti, credo sia una buona cosa.
Mi spiace solamente che non ci sia più Romeo, la nostra gelateria delle meraviglie.

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Nella periferia di Treviso (SMR) – tra il 1968 e il 1972

Noi da bambini, conoscevamo la magia.

Oltre il varco che interrompe la recinzione delle palazzine dove abito ancora oggi, molti anni fa si apriva un portale verso un mondo straordinario.
La periferia della città si stava espandendo ma c’era uno spazio, circondato da alti edifici, che era sopravissuto incolto.
D’inverno era poco più di un prato, un terreno ondulato che chiamavamo “le montagnole”, percorso da quei sentieri che si formano spontaneamente per il passaggio delle persone.
In primavera diventava una “terra di mezzo” dove sorprendere le lucertole addormentate al sole, stanare da sotto i sassi gli orbettini luccicanti e talvolta incontrare bambini nuovi, usciti dalle case vicine.
Ma quando con l’estate le erbe selvatiche crescevano alte, i sentieri fiorivano in fantastiche gallerie che la nostra banda percorreva circospetta, fino ad una radura nascosta, conosciuta a pochi.
Arrivati in quel luogo, nel folto della boscaglia, lontano dagli sguardi degli adulti, il mondo si trasformava.
Grazie ad una certa magia che solamente i più piccoli conoscono, la banda diventava tribù.
I bimbi si tramutavano in impavidi guerrieri, i cani in gioiosi compagni di caccia.
Si immaginavano storie, ridendo senza un pretesto, in un continuo misurarsi e mettersi alla prova, sfidando i nostri limiti anche a costo di qualche livido.
La sera, i richiami della cena, strillati dalle finestre lontane, ci riportavano sempre troppo in fretta alla realtà.
La magia così svaniva e con il cuore ancora in tumulto per i giochi interrotti, si tornava a casa.

Vi confido però che anche oggi, quando mi capita di passare davanti al “residence” costruito sopra le montagnole, un pizzico di quella magia lo sento ancora.

Nella periferia di Treviso (SMR) – tra il 1968 e il 1978

Ho avuto la fortuna da bambino, di giocare con i cani.

Non parlo di quelli legati alla catena o liberi nel giardino.
E nemmeno di quelli più piccoli che molti oggi tengono in casa.
Io ho giocato con i miei fratelli ed i miei amici in uno spazio selvaggio tra l’infanzia e l’adolescenza.
Era selvaggio al punto che d’estate, durante le vacanze estive, la casa era solo la tana dove andare a dormire, il luogo dove trovare accoglienza sicura. Si usciva al mattino a giocare in cortile con gli altri bambini.()
E tra noi girava spesso qualche cane randagio in cerca di qualcosa.
Con i cani giocavamo e ci comprendevamo a perfezione.
I gatti erano più difficili da avvicinare ma portavano altre emozioni.
Col tempo, le nostre scorribande si sono fatte sempre più lontane.

p.s. Alcuni di voi sono proprio qui ora, altri sono presenti nel ricordo.

“Arcobaleno!” Gridò l’acqua cadendo.  FB

When it is dark enough, you can see the stars.
[Ralph Waldo Emerson]

E’ nella “giusta distanza reciproca” che troviamo un po’ di pace.

Il pedone è il pezzo più importante sulla scacchiera… per un pedone.
[Isaac Asimov]

La nobiltà dello sport

Quando il cielo si tinge d’arancio, la fredda ragione cede il posto al calore dell’emozione.
In una calma sera d’ottobre le barche gemelle, come sorelle in competizione, lottano senza risparmiarsi mettendo in campo ogni risorsa per primeggiare.
E anche se talvolta lo scontro può farsi duro, tra loro si rispettano, consapevoli che vincere con onore costa impegno e fatica.
La nobiltà dello sport brilla di luce propria, avvolta dai colori di un sole appena tramontato.

Scivolare sul mare sospinti dal vento

Cosa significa “andare a vela”? Per me è la stupefacente possibilità di partecipare insieme all’acqua e all’aria ad un gioco che unisce la ragione e l’emozione, le forze della natura e i limiti dell’uomo.
L’ondeggiare del mare e la spinta del vento ci portano alla deriva, come un turacciolo che galleggia sballottato dalle onde o una mongolfiera portata dalle correnti dell’aria.
È nell’incontro tra i due elementi che si trova la chiave per il controllo del movimento o detto in modo più formale, “a far avanzare la barca è la risultante tra la pressione del vento sul centro velico e dell’acqua sul piano di deriva immerso”.
Certo le leggi della fisica lo spiegano perfettamente, ma solo chi ha cavalcato questo spazio magico può percepirne il potente impulso vitale.
La navigazione a vela ti regala l’euforica sensazione di partecipare all’antica giostra tra il vento e il mare, proprio lì, nell’interfaccia tra aria ed acqua, dove si crea il miracolo.
Se il vento non ha nulla da dire, il mare se ne sta buono e calmo, ma quando il vento alza troppo i toni è meglio abbandonare il campo. Quando invece i due elementi discutono tranquilli del più e del meno, una volta capito il discorso, anche noi possiamo dire la nostra, mettendoci in mezzo e avanzando verso la prossima boa.
Per noi piccoli fragili esseri umani, portati dalla vita a rincorrere sempre nuovi obiettivi, la vela è un universo alternativo, uno stacco totale dal quotidiano, è vivere seppur per poco in un mondo speciale, governato da Aria ed Acqua, due primordiali e volubili elementi da conoscere e rispettare.

“Brivido” durante la regata “Trofeo Miramare 2018”. Paolo alle vele di prua, io randista e Roberto (coperto dalle vele) al timone.

Slip on the sea driven by the wind

What does “go sailing” mean? For me it is the amazing chance of to take part together with water and air in a game that combines reason and emotion, the forces of nature and the limits of man.
The swaying of the sea and the thrust of the wind lead us to drift, like a floating cork tossed by the waves or a hot-air balloon carried by the air currents.
It is in the encounter between the two elements that the key to controlling the movement is found or more formally said, “to advance the boat is the result of the wind pressure on the center of the sails and of the water on the submerged keel “.
Of course the laws of physics explain it perfectly, but only those who have ridden this magical space can perceive their powerful vital impulse.
Sailing gives you the euphoric feeling of participating in the ancient joust between the wind and the sea, right there, in the interface between air and water, where the miracle is created.
If the wind has nothing to say, the sea is good and calm, but when the wind lifts too much it is better to leave the field. When instead the two elements quietly discuss the pluses and minuses, once we understand the speech, we too can have our say, putting ourselves in the middle and advancing towards the next mark.
For us small fragile human beings, driven by life to always pursue new goals, sailing is an alternative universe, a total break from everyday life, it is living for a while in a special world, ruled by air and water, two primordial and fickle elements to know and respect.

Al neurone basta poco…

Cosa pensate che ne sappia il neurone del cervello, lui si limita semplicemente ad inviare i suoi segnali quando viene sollecitato dalle giuste sinapsi.
Alle volte sono cortesi impulsi sporadici ai quali se gli va risponde o altrimenti ignora.
Quando arrivano invece combinazioni di complessità maggiore, la sua risposta è attentamente ponderata.
Succede spesso poi qualcosa di speciale, quando l’area cerebrale tutto intorno si mette ticchettando a risuonare, il neurone scarica sintonizzato con il ritmo, in un fantastico concerto di impulsi armonizzati.
Che poi questa sinfonia sia funzionale a qualche ineffabile attività superiore al neurone poco importa, nessun problema esistenziale, lui fa quello per cui è nato: scarica il suo segnale come sa fare. E questo gli basta.

The neuron is content with little

What do you think the neuron knows about the brain, he simply sends out his signals, when he is activated by the right synapses.
At times, they are sporadic kind impulses to which, if he likes, he respond or otherwise ignore.
When combinations of greater complexity come instead, his answer is carefully considered.
Then something special often happens, when the brain area all around is ticking to resonate, the neuron discharges tuned with the rhythm, in a fantastic concert of harmonized pulses.
That this symphony is functional to some ineffable superior activity to the neuron does not matter, no existential problem, he does what he was born for: he sends out his signal as he knows how to do. And that’s enough for him.

È tutta una sola luce…

Una sera di parecchi anni fa, andai in auto a Malpensa per ricevere ed accompagnare a Treviso una dirigente della televisione di stato cecoslovacca che avrebbe partecipato ad un evento che stavamo organizzando. Durante il viaggio di ritorno naturalmente percorremmo l’ A-4 sfiorando le città di Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza, Padova e Mestre con le loro aree industriali e commerciali che sfilavano ai lati dell’autostrada. All’arrivo a Treviso ci manifestò tutta la sua meraviglia: “Abbiamo viaggiato per ore, è tutta una sola luce da Milano a qui!”
L’idea di fotografare questo pensiero mi ha portato nei giorni scorsi al rifugio Vittorio Veneto sul monte Pizzoc. Il progetto ardito era di riuscire a vedere la bellezza della via lattea riflettere la luce della nostra pianura. Fortunatamente il cielo non è nuvoloso ma purtroppo l’umidità dell’atmosfera impedisce la vista della galassia. Non so se mai sarà possibile ottenere la foto che immagino, ma farò altri tentativi in futuro. Per il momento il risultato migliore è questo.

Governare il Caos

L’idea che vorrei esprimere è chiara e limpida nella mia mente ma difficile da tradurre in parole che ne mantengano il pieno significato. Mi sembra che, per quante metafore io possa usare, nessuna riesca a comunicare integralmente il concetto. Partirei da una considerazione: nessuno, per quanto possa prepararsi e organizzarsi, è in grado di fare previsioni attendibili se non per situazioni molto vicine nello spazio e nel tempo. Non appena le distanze aumentano, la complessità della realtà rende significativa ogni minima variazione nelle condizioni di partenza. Come orientarsi allora, in un mondo che cambia sempre più velocemente in direzioni spesso imprevedibili? Proviamo ad immaginare l’esistenza individuale come la continua elaborazione di una complessa equazione. Per comprenderla meglio dobbiamo suddividerla in elementi più semplici. Tra gli innumerevoli fattori, bisogna riconoscere le costanti e le variabili. Le costanti sono rappresentate dai valori fondamentali (+++) , le variabili sono di due tipi: i fattori al di fuori del nostro controllo e gli elementi su cui possiamo agire. La distinzione tra i due gruppi non è sempre netta, a volte riteniamo di poter influenzare la realtà e ne ricaviamo frustrazioni, a volte rinunciamo a farlo e perdiamo opportunità.

Gabbiano dopo il temporale

Mentre mi preparo a scattare questa foto, il mare, il cielo, le nuvole, il volo del gabbiano e la luce mutevole sono le variabili al di fuori del mio controllo. L’inquadratura e l’attimo dello scatto sono le variabili sotto il mio controllo. Le costanti sono rappresentate dai parametri tecnici della macchina fotografica. Il gabbiano (in realtà erano 3 o 4) volava alzandosi e abbassandosi senza una precisa direzione. Ho scattato almeno 15 foto prima di averlo esattamente nella luce del cielo al tramonto. E questo è tutto… Per ora.

ISS – International Space Station

La Stazione Spaziale Internazionale orbita sopra le nostre teste oltre l’atmosfera alla quota di circa 300 chilometri, viaggiando a 7.66 km al secondo ovvero a 27. 576 km all’ora. Percorre un’orbita completa in poco più di un’ora e mezza. Non dispone di luci esterne potenti e per vederla è necessario che passi sopra di noi poco dopo il tramonto o poco prima dell’alba in modo da riflettere la luce del sole, ancora o già visibile da quell’altezza. Dal monte Pizzoc, sopra Vittorio Veneto, ho atteso il suo passaggio. La scia bianca che si vede in cielo è il riflesso del sole che l’astronave in corsa ha impresso sul sensore della fotocamera. È spezzata in quattro segmenti perché la foto è in realtà la somma di quattro scatti della durata di 30 secondi ciascuno. La pianura illuminata in basso, il pianeta Giove nel cielo stellato e la stazione spaziale in transito sono i protagonisti di questo splendido spettacolo.


T
he International Space Station orbits over our heads beyond the atmosphere at an altitude of about 300 kilometers, traveling at 7.66 km per second or 27. 576 km per hour. Go through a complete orbit in just over an hour and a half. It does not have powerful external lights and to be able to see it, the Station has to fly over us shortly after sunset or just before dawn to reflect the sunlight, still or already visible from that height. From Mount Pizzoc, above Vittorio Veneto, Italy, I awaited its passage. The white trail you see in the sky is the trace of the reflected sun that the spaceship in its stroke has impressed on the camera sensor. It is broken into four segments because the photo is actually the sum of four shots lasting 30 seconds each. The sparkling plain at the bottom, the planet Jupiter in the starry sky and the space station in transit are the main actors of this shining spectacle.

Passage of the International Space Station over the skies of Veneto

Alla ricerca di un centro di gravità permanente.

Sognare di camminare sulla spiaggia, con i piedi accarezzati dalla risacca, come trattenuto dall’acqua fresca, per poi allungare lentamente il passo fino a correre a perdifiato, con i piedi che sembrano volare sopra la sabbia bagnata. Allargare le braccia come fossero ali e spiccare il volo, librandosi in aria come un gabbiano. Ed osservare le cose da lontano, con distacco, lasciandosi alle spalle tutti i pensieri e le apprensioni, godendo dell’attimo e dello spettacolo del mondo. Nella metafora del sogno ritrovare un certo approccio per le piccole e grandi cose, il cui peso si stempera nella distanza, nel distacco creato dalla consapevolezza della propria infima dimensione rispetto alla grandezza del mondo.

Com’è possibile conciliare questa visione con la vita quotidiana, fatta di esigenze minime come mangiare e dormire ma anche di relazioni con altre persone, sia a livello di familiari e conoscenti che di colleghi di lavoro e amici; fatta di necessità economiche a breve e lungo termine, di responsabilità nei contronti di chi ti è vicino: figli, genitori, compagni di vita, animali e piante che dipendono delle tue cure? Come mettere tutto nella giusta prospettiva? E’ corretto adottare un’ottica diversa a seconda del contesto o è possibile trovare una sintesi?

Se allargo la visione al cosmo, le dimensioni sono talmente vaste che la nostra presenza si fa irrilevante, se scendo e considero l’ecosistema del pianeta in cui viviamo, penso all’umanità come ad un virus, un “incidente” evolutivo di cui probabilmente il mondo si sbarazzerà come accadde casualmente ai dinosauri. Se però mi fermo a valutare l’orizzonte della vita, nel tempo e nello spazio, ecco che nei limiti ristretti entro cui posso agire, è possibile trovare uno scopo, un motivo esistenziale.

Comincerei da qui, da queste immagini, da queste parole, sempre che ci sia qualcuno disposto ad ascoltare.