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Sailing

Cosa significa “andare a vela”? Per me è la stupefacente possibilità di partecipare insieme all’acqua e all’aria ad un gioco che unisce la ragione e l’emozione, le forze della natura e i limiti dell’uomo.
È nell’incontro tra i due elementi che si trova la chiave per il controllo del movimento o detto in modo più formale, “a far avanzare la barca è la risultante tra la pressione del vento sul centro velico e dell’acqua sul piano di deriva immerso”.
Certo le leggi della fisica lo spiegano perfettamente, ma solo chi ha cavalcato in questo spazio magico può percepirne il potente impulso vitale.
La navigazione a vela ti regala l’euforica sensazione di partecipare all’antica giostra tra il vento e il mare, proprio lì, nell’interfaccia tra aria ed acqua, dove si crea il miracolo.
Se il vento non ha nulla da dire, il mare se ne sta tranquillo, ma se il vento alza i toni il mare risponde, a volte con violenza. Quando invece i due elementi stanno nei limiti, una volta capito il gioco, anche noi possiamo dire la nostra, mettendoci in mezzo e avanzando verso la prossima boa.
Per noi piccoli fragili esseri umani, portati dalla vita a rincorrere sempre nuovi obiettivi, la vela è un universo alternativo, uno stacco reale e metaforico dal quotidiano, è vivere seppur per poco in un mondo speciale, governato da elementi primordiali.

“Brivido” durante la regata “Trofeo Miramare 2018”. Paolo alle vele di prua, io randista e Roberto (coperto dalle vele) al timone.

Lenti viventi

Quand’ero ragazzo, a casa nostra viveva una pianta diversa da tutte le altre, era una presenza ingombrante e pericolosa, con fiori rossi e il fusto ricoperto di spine dolorose e irritanti, una pianta da rispettare.
In autunno, con il calo delle temperature, la spostavamo dalla terrazza dove passava l’estate, al davanzale coperto della finestra alta del salotto.
Evidentemente era un luogo adatto a lei, luce in abbondanza e il tepore del termosifone in basso.

Sono passati molti anni da allora; il tempo cambia le cose.

Seguendo il destino del suo grande cuore, mia madre ci ha lasciati nel primo giorno di primavera dell’anno scorso.
L’assenza è stata dolorosa per chi l’amava, ma non meno colpito è stato anche tutto il mondo vegetale che gravitava intorno a lei.
E così me ne sono occupato. Ho spostato dalle terrazze e messo al riparo le piante che ne avevano bisogno, alcune sono state sistemate da amici e parenti.
Più o meno una volta alla settimana andavo a trovare quelle rimaste in casa, cambiare l’aria e annaffiarle se serviva.
Alcune erano anonime piante verdi che non mi dicevano molto, ma altre avevano un carattere particolare; come l’Amarillo, una pianta solitaria che viveva nella terrazza a vetri e che al primo freddo esplodeva in un maestoso fiore rosso, o la Clivia, che penso avesse qualche problema irrisolto e non fioriva mai bene come quella della zia Camilla.
La primadonna però era lei, l’Euforbia Milii, quella che ogni autunno si trasferiva sul balcone in alto al sole e in primavera tornava a godersi la bella stagione in terrazza.

Venduto l’appartamento della mamma, l’ho portata con me.

Questa meraviglia spinosa, esposta sul poggiolo di una lunga terrazza rivolta a sud, credo abbia trovato la posizione adatta, perché si è ricoperta di foglie e fiori per tutta l’estate.
Con l’arrivo di ottobre però, le temperature sono calate; la guardavo preoccupato, non avevo idea di dove avrei potuto metterla per proteggerla dal freddo.
Ho pensato ad una serra, da sistemare in terrazza, ho usato il non-tessuto … beh, ci ho provato. In un angolo relativamente protetto l’ho coperta con cura, ma nonostante questo ai primi freddi l’ho vista soffrire.
Così mi sono deciso e l’ho sistemata dentro casa.

Il mio appartamento è piuttosto piccolo, non ho molto spazio, ma sono riuscito a trovare un po’ di posto anche per lei.

… …

E’ trascorsa circa una settimana da quando l’ho messa al riparo e stamattina, con a terra un gran numero di foglie e fiori caduti, ho preso la scopa per ripulire il pavimento, poi mi sono seduto e l’ho guardata meglio chiedendomi cosa fare di lei.
Dopo poco, osservandola con attenzione, cercando istintivamente di comprendere il suo punto di vista, di mettermi nei suoi panni, nei suoi tempi, nei suoi relativamente lenti processi biochimici, ho colto un segnale.

A modo suo mi ha ringraziato. 🙏

Sei esattamente dove devi essere

— Piccoli uomini crescono —

Ciò che conta è adesso, è il presente, il “dove sei ora”.

Qualunque azione tu compia, escludendo ogni giudizio
e nei limiti della tua capacità di controllare l’Universo che ti circonda,

Sei sempre ed in ogni momento, esattamente dove devi essere.

Non pensare di controllare direttamente il caos,
lo puoi fare esprimendoti naturalmente
mentre ti lasci portare nel flusso.

E’ come nuotare nella corrente di un fiume,
schivando gli scogli e sfruttando le correnti
per esplorarne il corso mentre scorre
con la curiosità e la meraviglia di un bambino.

L’incontro

20 maggio 2022 – Pico de Areeiro – Isola di Madeira

Sto scorrendo svogliatamente l’elenco dei contatti nella rubrica del telefono quando appare il suo nome. Mi fermo per un attimo e i pensieri inciampano: non ci sentiamo da più di vent’anni!

L’ho rivista una volta soltanto dopo la fine della nostra storia burrascosa, durante una festa di matrimonio, un bel matrimonio di cari amici che vedo spesso ancora adesso.
La sua figura si staglia immobile nel controluce di una vetrata che dà sul giardino.
Improvvisamente sento pulsare il sangue nelle orecchie, un rumore che attutisce ogni altro suono. Perdo il contatto con la realtà.
Mi guarda sorridente, è più alta di quanto mi ricordassi, sono sorpreso e felice di rivederla.
Un breve saluto formale mentre cerco di ritornare con i piedi a terra.
Nella mente scorrono fotogrammi velocissimi: il primo incontro, gli sguardi trattenuti, le schermaglie iniziali, la prima consapevole decisione, l’euforia, il devastante epilogo.
«Come ti sta andando la vita?» le chiedo.
«Bene dai, e tu come stai?».

Il dolore per le macerie che l’esplosione di quella supernova aveva creato era ancora presente, o forse sono state semplicemente orgoglio e rabbia a parlare.
Di certo non ho saputo fare tesoro di quell’incontro fugace, non ricordo nemmeno più la sua espressione quando alla fine ci siamo salutati.

Di lei adesso ho solamente una tenue traccia, un vecchio numero di telefono sopravvissuto ai trasferimenti della mia rubrica su almeno 6 o 7 cellulari diversi e che ora, dopo più di vent’anni, mi guarda da un’icona vuota con il suo nome aziendale salvato su Whatsapp.

E cosi, come si getta un sasso nell’abisso oscuro per coglierne l’eco, digito un semplice messaggio, solo il suo nome, seguito da un punto interrogativo.
E clicco invio.

Tramonto da Pico de las Nieves

La mente irrequieta si calma, si respira il silenzio, tutto è sopito, rallentato, in attesa.
I pensieri interrompono i loro giochi chiassosi.
Nell’abbagliante calare del sole abbandono il controllo, mi lascio finalmente portare.

E quando, dopo un tempo indefinito, un brivido di freddo mi attraversa, riprende il respiro, il gioco dei pensieri e la coscienza.

(Tramonto da Pico de las Nieves – Gran Canaria 2021)

Riflessioni minime

Spesso la fede viaggia in incognito. (L’apparizione – film)

Oggi ho battuto un mio record! Alcuni giorni consecutivi in vita. (The equalizer 2 – film)

Non esistono momenti migliori. (Infermiera alla porta del reparto geriatria del Ca’ Foncello)

Gli ideali sono pacifici, la Storia è violenta. (Fury – film)

fugge via il tempo, come nuvole al vento…

Orizzonte

C’è un momento in ciascuna alba in cui la luce è come sospesa; un istante magico dove tutto può succedere. La creazione trattiene il suo respiro.
(Douglas Adams)

Quando da piccolo iniziò la consapevolezza, tutto era così nuovo e travolgente che potevo solamente vivere nel momento.
La luce splendeva e la sorpresa era nascosta ovunque, ogni cosa era una scoperta ricca di emozioni, sembrava non esistesse alcun limite al mondo.
Ogni valico superato rivelava un nuovo paesaggio e altre valli da esplorare.

«ARCOBALENO!» Gridò l’acqua precipitando.

Seguendo una farfalla arrivai ad un torrente dove l’acqua della vita scorreva tumultuosa tra rapide, cascate e placidi laghetti fino alla rivelazione della grande pianura.
Lasciato il fiume presi un sentiero, era giunto il momento di trovare la mia strada, di camminare sulle mie gambe, di dare un senso all’esistenza.
Ho fatto del mio meglio con quello che avevo e con ciò che ho trovato lungo il cammino.
Ho cercato e spesso ho trovato, ho aiutato e sono stato aiutato, ho seminato e ho raccolto.
Alle volte il percorso era chiaro, altre volte oscuro, ma nonostante tutto sono arrivato al mare e così finalmente l’ho vista.

Una linea netta tra acqua e cielo.
Le distanze che a terra credevo di riuscire a misurare, tutt’a un tratto si sono fatte infinite.
Prima non l’avevo mai compreso veramente, troppo rumore intorno.
Adesso sono più consapevole che un giorno anche quella linea verrà superata e così, in questo momento, cambia la prospettiva.

Possiamo generare stelle danzanti

Come il battito d’ali di un pipistrello in Cina genera un uragano pandemico nel mondo, così possiamo generare noi una diversa vibrazione.

Essere una farfalla iridescente nel mondo delle cose o delle idee,
dove ogni gesto, ogni parola, ogni manifestazione
si riverbera nelle infinite connessioni della realtà
trasformandola in un continuo e caotico cambiamento.

Scontrandoci ed incontrandoci sospinti dal caos
gocce di pioggia danzanti al suono del caso
creiamo fulmini ombre e arcobaleni
visibili soltanto da universi alieni.

Parco della Storga – Treviso


Multiverso

Ogni essere vivente percepisce il proprio universo attraverso i segnali ricevuti dal suo specifico sistema sensoriale ed elaborati dal sistema cerebrale.

Possiamo conoscere la realtà e fare previsioni attendibili ma solo entro limiti definiti dalle nostre capacità personali. La comprensione completa di come sia fatto l’universo per un altro essere vivente presuppone la capacità di immedesimarsi a tal punto da essere lui.

Essere nel punto giusto al momento giusto

«Dai muoviamoci che siamo in ritardo!» dice Alessandro, il giovane organizzatore del corso fotografico a cui sto partecipando. E così eccomi qua, ad arrancare faticosamente sulla neve indossando le ciaspole per la prima volta.

Al rifugio, la lezione sulla reflex e la fotografia di paesaggio è stata così interessante che abbiamo perso il senso del tempo ed ora siamo rischiando di perderci anche la “golden hour”.
Prima del tramonto dobbiamo raggiungere la cima di un’altura innevata a pochi passi da dove abbiamo lasciato l’auto. Dalla macchina sembravano si e no duecento metri ma adesso non ne sono più sicuro! Sono senza fiato. Quando affronti una salita a 2.236 metri di quota e conduci una vita sedentaria arrivi presto al tuo limite, ma adesso siamo in gara contro il sole, bisogna arrivare in cima prima che tramonti, altrimenti tutta questa fatica sarà stata inutile.

Finalmente ci fermiamo, lentamente alzo gli occhi, da qui si vede la strada che serpeggia salendo verso passo Giau con la Ra Gusela a guardia del valico. Il paesaggio è magnifico e lo sguardo si perde tra il bianco delle montagne innevate e il profondo blu del cielo.

Passo Giau (BL)

Siamo arrivati in tempo, il tramonto però è piuttosto deludente, a ovest le nuvole coprono il sole che sta calando e le vette non si illumineranno della luce dorata che avevo sperato.

Comunque, visto che sono arrivato fin qui, apro il cavalletto e monto la fotocamera.

Qualche foto al passo, qualche scatto svogliato al tramonto quasi spento.

Nel frattempo il sole continua lentamente a calare avvicinandosi all’orizzonte, poi improvvisamente sbuca da sotto le nuvole che iniziano così a colorarsi.

Incantato dal momento, in ginocchio sulla neve, cerco di catturare la luce.

Colori del tramonto dal passo Giau
Wanderersouls

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