Possiamo generare stelle danzanti

Come il battito d’ali di un pipistrello in Cina genera un uragano pandemico nel mondo, così possiamo generare noi una diversa vibrazione.

Essere una farfalla iridescente nel mondo delle cose e delle idee,
dove ogni gesto, ogni parola, ogni manifestazione
si riverbera nelle infinite connessioni della realtà
trasformandola in un continuo e caotico cambiamento.

Scontrandoci ed incontrandoci in caduta libera,
siamo gocce di pioggia che danzano nel cielo
creando fulmini ombre e arcobaleni
visibili soltanto da universi paralleli.


Multiverso

Ogni essere vivente percepisce il proprio universo attraverso i segnali ricevuti dal suo specifico sistema sensoriale ed elaborati dal sistema cerebrale.

Possiamo conoscere la realtà e fare previsioni attendibili ma solo entro limiti definiti dalle nostre capacità personali. La comprensione di come sia fatto l’universo per un altro essere vivente presuppone la capacità di immedesimarsi a tal punto da essere lui.

Perché tutto questo?

Grazie a te che mi stai leggendo, per avermi dedicato un po’ del tuo tempo. Sento sempre più forte il bisogno di esprimere i miei pensieri. Vorrei lasciare tracce, segni di un passaggio, forse segnali per chi mi è amico o magari passi di un percorso di conoscenza. La mente offre profondità infinite ed è facile perdersi. Quello che cerco in fondo è un punto fermo, un riferimento universale che non sia esterno all’essere umano ma piuttosto la sua più profonda essenza. La ricerca continua…

Verso l’infinito e oltre… (Cit. Toy story)

Al centro dell’universo

Paramecio

Su come la vita sia iniziata sulla Terra non vi sono certezze, sicuramente però la base molecolare su cui si fonda obbliga i primi esseri ad avere delle dimensioni specifiche: non troppo piccoli altrimenti i processi chimici metabolici non possono avvenire e non troppo grandi per mantenere una coerenza nell’organizzazione dell’individuo.

Tra la minima dimensione quantistica e la massima dimensione dell’universo vi sono 60 ordini di grandezza. (Il rapporto tra un ordine e il successivo è di 1/10).

La misura della cellula, espressione basilare della vita, si colloca perfettamente a metà tra queste dimensioni. E così, seppure in modo diverso da quanto considerato in passato ma con una potenziale applicabilità anche a sconosciute specie aliene, l’essere umano e tutti i viventi, ritrovano da questo particolare punto di vista, la centralità smarrita nell’infinito spazio cosmico.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ordini_di_grandezza_(lunghezza)

Galassia

Mancava poco alla mezzanotte, Peter camminava tranquillo sul sentiero di sabbia poco illuminato tra i pini marittimi e le capanne, il rumore dell’animazione del villaggio vacanze diminuiva mentre si allontanava dalle zone comuni.
I pensieri, inquieti ed agitati come farfalle colorate, lo portavano verso il pontile; affollato di giorno da persone che prendevano il sole e si
tuffavano in acqua, ora era deserto.
Passò accanto agli scogli dove due ragazzi si stavano baciando al buio, raggiunse la zona pianeggiante alla base del molo, una coppia conversava a bassa voce, seduta sui lettini di plastica bianca.
I suoi passi risuonavano mentre camminava lentamente sul pontile di legno, il mare era calmo, la lieve brezza del giorno si era fermata, solo un lieve sciabordio proveniva dagli scogli sulla riva.
Gli occhi si stavano abituando al buio, nella notte senza luna lievi bagliori guizzavano nell’acqua, forse dei gamberetti, si chinò per guardare meglio, non era bioluminescenza.

Si alzò in piedi e guardò verso l’alto, per la prima volta la vide, maestosa ed infinita. Una scia lattiginosa nel cielo nero, la Galassia! Invisibile da casa per l’inquinamento luminoso della città. Le foto, nonostante la capacità di raccogliere e moltiplicare la luce, non si avvicinano nemmeno alla magnificenza del cielo stellato.
Rimase ad osservarla silenzioso, riconoscendo le stelle e le costellazioni che la punteggiano: a sud, nella zona più luminosa del centro galattico, la forma a teiera del Sagittario e poi risalendo l’Aquila con Altair, Deneb nel Cigno, la luminosa Vega allo zenith fino a Cassiopea dove la Via Lattea sfumava a nord.
Erano evidenti anche le zone d’ombra, oscurate dalla polvere cosmica.
Lentamente aprì le braccia, alzando lo sguardo al cielo.
In un istante la consapevolezza si cristallizzò attorno a lui e per un attimo il tempo si fermò.
Percepiva chiaramente la propria posizione sul pianeta: nel solstizio d’estate 2020, a quarantacinque gradi sul bordo della Terra, proteso verso il cielo, le braccia allineate al piano orbitale, la luna e sole in eclissi alle spalle, guardava rapito lo spazio esterno al sistema solare.

La luce di innumerevoli stelle, proveniente da luoghi e tempi immensamente lontani, convergeva attraverso i suoi occhi in un luogo della sua mente (100 miliardi di neuroni, circa 130 mila miliardi di sinapsi, 500 volte le stelle di tutta la Galassia).
Nello stesso momento, all’interno del cervello, tutti i moduli pulsavano sincronizzati, espressione macroscopica di un universo quantistico neuronale. Il modulo visivo associava la luce al concetto stella che richiamava i nomi e le esperienze collegate, miriadi di connessioni agivano all’unisono raggiungendo le aree frontali della coscienza.
Un lampo luminoso originò la singolarità, qualcosa si espanse dal punto, raggiungendo i limiti del cosmo.
Per qualche istante il tempo perse significato, la visione quasi lo travolse, non faceva freddo ma sulla pelle sentiva strani brividi, quasi che il corpo non bastasse più a contenerlo.
Era lui un punto infinitamente piccolo, al centro di innumerevoli rette, eccezione straordinaria, in grado di espandere la propria consapevolezza al cosmo che lo circonda.

Riprese a respirare e a percepire i suoni lontani.

Una farfalla si alzò dal molo e si posò sul dorso della mano destra ancora rivolta al Sagittario… poi, con un leggero battito d’ali, volò via verso il mare aperto.

Raccolta da Facebook -2018 2019-

Il fiume mi ha affascinato da sempre, attirandomi a sè fino a caderci dentro.
Da bambino, mentre guardavo le effimere svolazzanti sulla sponda, mi sono distratto, precipitando nella roggia che passava vicino casa.
Nulla di serio per fortuna, solo un veloce tuffo nell’acqua bassa e una breve camminata grondante verso casa.

Ma il fiume con le sue acque, che scorrono sempre diverse e sempre uguali, mi porta con sè ancora adesso.

Il fiume Sile a Quinto di Treviso

Vorrei tornare a riveder le cose come un bambino. Vedendole ora per la prima volta per ciò che sono, con l’innocenza del non pregiudizio. Le cose piccole e le cose grandi, e giocare con loro come allora.
Da piccolo bastavano i sensi, da grande nuovi mondi si svelano e richiedono sensibilità più affinate. Siamo fatti per esplorare, come un tempo i sentieri dei prati, oggi le strade della vita. In alto lo sguardo tra una scoperta e l’altra per cogliere la prospettiva! Non so dove si arriverà, ma l’orizzonte è lontano e le possibilità aperte. F.B.

(foto scattata durante “la 200” ed. 2018 a bordo di “Croce del sud” di Silvano Minello)

«Un bambino guarda tutto come se lo vedesse per la prima volta; il genio non è che l’infanzia ritrovata per un atto di volontà». [Charles Baudelaire]

Come gocce d’acqua soli danziamo,
scontrandoci ed incontrandoci in un apparente caos

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Ricordi d’infanzia

Era con Leuccio che ho esplorato vagabondando, tutto il quartiere.
Dalle Acquette al Chiodo e altri luoghi ancora…
Abbiamo vissuto insieme avventure che oggi ritrovo solamente nella migliore letteratura.

Credo che nella nostra mente, siano segnate, profonde e basilari, tutte le relazioni (nella loro infinita varietà) tra persone, animali e cose, che da bambini abbiamo incontrato.

Cosi oggi desidero ringraziare Leo per la sua amicizia e la sua continua capacità di sorprendermi.

E’ il Villaggio che cresce le Persone.

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Un bagliore scorgo lontano…
Ambiente alieno: procedere con cautela.

Il Dronista

Volare all’interno del tempio di San Nicolò a Treviso con il drone.
E’ un’esperienza che ricorderò per sempre, un accavallarsi di emozioni e di pensieri.

E’ il cuore, il primo a parlare:
Lo spazio enorme ma chiuso a mia disposizione.
La paura di perdere la concentrazione e di danneggiare le opere irripetibili che mi circondano.
Certo che sono assicurato! Ma il valore a rischio è inestimabile.

La mente prosegue:
Devo pilotare in atti-mode.
Senza quindi l’assistenza del GPS che non è affidabile all’interno di spazi chiusi.
Settare la risposta del drone in caso di assenza del segnale del radiocomando.
Vicino alle pareti, a causa del flusso d’aria creato, il drone tende ad essere “attratto” dal muro, fare attenzione.

Aumenta la concentrazione.
I rumori si fanno ovattati.
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(———–o———–)
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La preparazione al volo del drone e il rituale di verifica delle eliche.
La magia del radiocontrollo che si attiva, l’app sullo smarthphone.
.
La scelta (ecco qui) del luogo di decollo.
.
La procedura di accensione. Il controllo pre volo. Il decollo!

xxx zzzzzzzzzzzzzzzzzz zzzz zzz z zzz zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz….

Alcuni istanti in hovering per sintonizzarci l’un l’altro.
I suoni si focalizzano solo su quello che è indispensabile ascoltare:
il ronzio regolare e le variazioni nel rumore delle eliche: un feedback acustico in risposta ai movimenti delle dita sugli stick del radiocomando.

E’ quasi come suonare uno strumento musicale.

Gli stick come le corde della chitarra o i tasti del pianoforte.

Una metà di me controlla la quota (z) e la rotazione (r), l’altra metà il movimento sugli assi (x) e y.
Il dito medio sinistro si occupa del tilt della camera.
Lo sguardo concentrato sul drone in volo, la visione periferica pronta a segnalare il minimo allarme.

In questi rari attimi, il drone diventa un’estensione dei miei sensi.

Le orecchie tese al ronzio delle eliche.
Gli occhi concentrati.
Lo spazio si dilata.
Il cuore si stabilizza.
(Rec) si vola!

“Tu non puoi essere altro che te stesso.
Allora rilassati. L’esistenza ha bisogno di te così come sei.”
Osho

Quando sei solo, nessuno ti può infastidire… tranne te stesso. FB

dav

Perchè ho scelto te tra mille altre?
Mi guardavi, diversamente dalle tue sorelle.

«Lascia perdere la fede!» ripeteva sempre Ciang. «Non t’è mica servita la fede, per volare. T’è bastato l’intelletto: capire la faccenda. (R.Bach, 2006, 57)

“Non dar retta ai tuoi occhi e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto, e scopri quello che conosci già, allora imparerai come si vola.” R.Bach da “Il gabbiano Jonathan Livingston”

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Nella periferia di Treviso (SMR) – tra il 1970 e il 1975

Tra le palazzine dove vivevo da piccolo e dove abito tuttora, corre una rete, interrotta a metà da uno stretto passaggio pedonale. In queste case, allora di proprietà del demanio militare, alloggiava il personale dell’esercito, che negli anni della guerra fredda, garantiva il presidio dei confini tra l’Europa e i paesi del blocco sovietico. Erano famiglie provenienti da tutto il Paese ma prevalentemente dal meridione e dalle isole, una particolare rappresentanza di italiani di cui magari vi parlerò più avanti.
La rete divideva le famiglie dei sottufficiali dell’esercito, da quelle dell’aeronautica e degli ufficiali. Non ho mai capito la necessità di una tale separazione anche perché, in quegli anni, nella parte più a nord, vicino al muro del campo sportivo, era stata completamente schiacciata a terra, tanto che noi ragazzini usavamo quel varco per scorrazzare liberamente da una zona all’altra. Era naturale per noi usare quel passaggio, era anche la via più breve per giungere ad un luogo meraviglioso.
C’era un bar gelateria vicino alla chiesa, che per noi ragazzini rappresentava il massimo del piacere. Quando ci ritrovavamo qualche soldino in tasca, dalla paghetta di casa o per qualche lavoretto fatto in giro, ci fiondavamo da Romeo per comprarci un ghiacciolo, qualche caramella o un delizioso cono con panna.
La rete calpestata non era comunque una bella vista e così qualcuno decise di mettere a posto le cose. La vecchia recinzione fu sostituita da una nuova. L’ammasso rugginoso e contorto sparì e al suo posto fu eretta una nuova rete, uguale alla precedente ma nuova e splendente. Il passaggio pedonale in mezzo c’era ancora, ma a noi ragazzini non andava di dover fare il giro più lungo per andare da Romeo.
In capo ad una settimana però accadde un fatto strano, nella parte a nord, dove fino a pochi giorni prima c’era il varco schiacciato, la nuova rete cominciò a piegarsi.
Prima una lieve curvatura del bordo superiore e poi, man mano che passavano i giorni, la rete scese fino a terra. Ovviamente non credo si trattasse di un fenomeno paranormale.
In ogni caso, dopo meno di un mese, il passaggio era riaperto e la strada breve verso la gelateria ripristinata. La situazione rimase così per molto tempo, fino alla ristrutturazione attuale dell’area.

Ora è tutto più ordinato, con stradine asfaltate e giardini condominiali. La rete c’è ancora e passiamo tutti dai varchi predisposti, credo sia una buona cosa.
Mi spiace solamente che non ci sia più Romeo, la nostra gelateria delle meraviglie.

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Nella periferia di Treviso (SMR) – tra il 1968 e il 1972

Noi da bambini, conoscevamo la magia.

Oltre il varco che interrompe la recinzione delle palazzine dove abito ancora oggi, molti anni fa si apriva un portale verso un mondo straordinario.
La periferia della città si stava espandendo ma c’era uno spazio, circondato da alti edifici, che era sopravissuto incolto.
D’inverno era poco più di un prato, un terreno ondulato che chiamavamo “le montagnole”, percorso da quei sentieri che si formano spontaneamente per il passaggio delle persone.
In primavera diventava una “terra di mezzo” dove sorprendere le lucertole addormentate al sole, stanare da sotto i sassi gli orbettini luccicanti e talvolta incontrare bambini nuovi, usciti dalle case vicine.
Ma quando con l’estate le erbe selvatiche crescevano alte, i sentieri fiorivano in fantastiche gallerie che la nostra banda percorreva circospetta, fino ad una radura nascosta, conosciuta a pochi.
Arrivati in quel luogo, nel folto della boscaglia, lontano dagli sguardi degli adulti, il mondo si trasformava.
Grazie ad una certa magia che solamente i più piccoli conoscono, la banda diventava tribù.
I bimbi si tramutavano in impavidi guerrieri, i cani in gioiosi compagni di caccia.
Si immaginavano storie, ridendo senza un pretesto, in un continuo misurarsi e mettersi alla prova, sfidando i nostri limiti anche a costo di qualche livido.
La sera, i richiami della cena, strillati dalle finestre lontane, ci riportavano sempre troppo in fretta alla realtà.
La magia così svaniva e con il cuore ancora in tumulto per i giochi interrotti, si tornava a casa.

Vi confido però che anche oggi, quando mi capita di passare davanti al “residence” costruito sopra le montagnole, un pizzico di quella magia lo sento ancora.

Nella periferia di Treviso (SMR) – tra il 1968 e il 1978

Ho avuto la fortuna da bambino, di giocare con i cani.

Non parlo di quelli legati alla catena o liberi nel giardino.
E nemmeno di quelli più piccoli che molti oggi tengono in casa.
Io ho giocato con i miei fratelli ed i miei amici in uno spazio selvaggio tra l’infanzia e l’adolescenza.
Era selvaggio al punto che d’estate, durante le vacanze estive, la casa era solo la tana dove andare a dormire, il luogo dove trovare accoglienza sicura. Si usciva al mattino a giocare in cortile con gli altri bambini.()
E tra noi girava spesso qualche cane randagio in cerca di qualcosa.
Con i cani giocavamo e ci comprendevamo a perfezione.
I gatti erano più difficili da avvicinare ma portavano altre emozioni.
Col tempo, le nostre scorribande si sono fatte sempre più lontane.

p.s. Alcuni di voi sono proprio qui ora, altri sono presenti nel ricordo.

“Arcobaleno!” Gridò l’acqua cadendo.  FB

When it is dark enough, you can see the stars.
[Ralph Waldo Emerson]

E’ nella “giusta distanza reciproca” che troviamo un po’ di pace.

Il pedone è il pezzo più importante sulla scacchiera… per un pedone.
[Isaac Asimov]

Scivolare sul mare sospinti dal vento

Cosa significa “andare a vela”? Per me è la stupefacente possibilità di partecipare insieme all’acqua e all’aria ad un gioco che unisce la ragione e l’emozione, le forze della natura e i limiti dell’uomo.
L’ondeggiare del mare e la spinta del vento ci portano alla deriva, come un turacciolo che galleggia sballottato dalle onde o una mongolfiera portata dalle correnti dell’aria.
È nell’incontro tra i due elementi che si trova la chiave per il controllo del movimento o detto in modo più formale, “a far avanzare la barca è la risultante tra la pressione del vento sul centro velico e dell’acqua sul piano di deriva immerso”.
Certo le leggi della fisica lo spiegano perfettamente, ma solo chi ha cavalcato questo spazio magico può percepirne il potente impulso vitale.
La navigazione a vela ti regala l’euforica sensazione di partecipare all’antica giostra tra il vento e il mare, proprio lì, nell’interfaccia tra aria ed acqua, dove si crea il miracolo.
Se il vento non ha nulla da dire, il mare se ne sta buono e calmo, ma quando il vento alza troppo i toni è meglio abbandonare il campo. Quando invece i due elementi discutono tranquilli del più e del meno, una volta capito il discorso, anche noi possiamo dire la nostra, mettendoci in mezzo e avanzando verso la prossima boa.
Per noi piccoli fragili esseri umani, portati dalla vita a rincorrere sempre nuovi obiettivi, la vela è un universo alternativo, uno stacco totale dal quotidiano, è vivere seppur per poco in un mondo speciale, governato da Aria ed Acqua, due primordiali e volubili elementi da conoscere e rispettare.

“Brivido” durante la regata “Trofeo Miramare 2018”. Paolo alle vele di prua, io randista e Roberto (coperto dalle vele) al timone.

Slip on the sea driven by the wind

What does “go sailing” mean? For me it is the amazing chance of to take part together with water and air in a game that combines reason and emotion, the forces of nature and the limits of man.
The swaying of the sea and the thrust of the wind lead us to drift, like a floating cork tossed by the waves or a hot-air balloon carried by the air currents.
It is in the encounter between the two elements that the key to controlling the movement is found or more formally said, “to advance the boat is the result of the wind pressure on the center of the sails and of the water on the submerged keel “.
Of course the laws of physics explain it perfectly, but only those who have ridden this magical space can perceive their powerful vital impulse.
Sailing gives you the euphoric feeling of participating in the ancient joust between the wind and the sea, right there, in the interface between air and water, where the miracle is created.
If the wind has nothing to say, the sea is good and calm, but when the wind lifts too much it is better to leave the field. When instead the two elements quietly discuss the pluses and minuses, once we understand the speech, we too can have our say, putting ourselves in the middle and advancing towards the next mark.
For us small fragile human beings, driven by life to always pursue new goals, sailing is an alternative universe, a total break from everyday life, it is living for a while in a special world, ruled by air and water, two primordial and fickle elements to know and respect.

Al neurone basta poco…

Cosa pensate che ne sappia il neurone del cervello, lui si limita semplicemente ad inviare i suoi segnali quando viene sollecitato dalle giuste sinapsi.
Alle volte sono cortesi impulsi sporadici ai quali se gli va risponde o altrimenti ignora.
Quando arrivano invece combinazioni di complessità maggiore, la sua risposta è attentamente ponderata.
Succede spesso poi qualcosa di speciale, quando l’area cerebrale tutto intorno si mette ticchettando a risuonare, il neurone scarica sintonizzato con il ritmo, in un fantastico concerto di impulsi armonizzati.
Che poi questa sinfonia sia funzionale a qualche ineffabile attività superiore al neurone poco importa, nessun problema esistenziale, lui fa quello per cui è nato: scarica il suo segnale come sa fare. E questo gli basta.

The neuron is content with little

What do you think the neuron knows about the brain, he simply sends out his signals, when he is activated by the right synapses.
At times, they are sporadic kind impulses to which, if he likes, he respond or otherwise ignore.
When combinations of greater complexity come instead, his answer is carefully considered.
Then something special often happens, when the brain area all around is ticking to resonate, the neuron discharges tuned with the rhythm, in a fantastic concert of harmonized pulses.
That this symphony is functional to some ineffable superior activity to the neuron does not matter, no existential problem, he does what he was born for: he sends out his signal as he knows how to do. And that’s enough for him.