Possiamo generare stelle danzanti

Come il battito d’ali di un pipistrello in Cina genera un uragano pandemico nel mondo, così possiamo generare noi una diversa vibrazione.

Essere una farfalla iridescente nel mondo delle cose e delle idee,
dove ogni gesto, ogni parola, ogni manifestazione
si riverbera nelle infinite connessioni della realtà
trasformandola in un continuo e caotico cambiamento.

Scontrandoci ed incontrandoci in caduta libera,
siamo gocce di pioggia che danzano nel cielo
creando fulmini ombre e arcobaleni
visibili soltanto da universi paralleli.


Quando vedremo la luce

Quando tutto questo sarà finito e usciremo di nuovo sulle strade e nei parchi vedremo tutto con occhi diversi perchè questi giorni di ristrettezze ci avranno cambiati. La libertà limitata, il senso di una comunità che resiste, la condivisione delle piccole cose, gli amici, la famiglia. La paura di essere uno degli asintomatici e di poter cosi essere il veicolo di sofferenza e morte per qualcuno che ti è caro, la paura di contrarre la malattia e di soccombere al male. Il sollievo per essere scampato al virus. Il senso del proprio lavoro, per chi opera nella sanità ma anche per tutti i volontari della protezione civile o per gli operai che in fabbrica continuano a realizzare valore e ricchezza per l’economia del paese. E ancora chi nel commercio consente la continuità della distribuzione alimentare. I trasportatori che muovono le merci, chi fa informazione e contribuisce a diffondere la consapevolezza. Tutte cose che diamo per scontate ma che scontate non sono.

Multiverso

Ogni essere vivente percepisce il proprio universo attraverso i segnali ricevuti dal suo specifico sistema sensoriale ed elaborati dal sistema cerebrale.

Possiamo conoscere la realtà e fare previsioni attendibili ma solo entro limiti definiti dalle nostre capacità personali. La comprensione di come sia fatto l’universo per un altro essere vivente presuppone la capacità di immedesimarsi a tal punto da essere lui.

Perché tutto questo?

Grazie a te che mi stai leggendo, per avermi dedicato un po’ del tuo tempo. Sento sempre più forte il bisogno di esprimere i miei pensieri. Vorrei lasciare tracce, segni di un passaggio, forse segnali per chi mi è amico o magari passi di un percorso di conoscenza. La mente offre profondità infinite ed è facile perdersi. Quello che cerco in fondo è un punto fermo, un riferimento universale che non sia esterno all’essere umano ma piuttosto la sua più profonda essenza. La ricerca continua…

Verso l’infinito e oltre… (Cit. Toy story)

Catturare la luce

«Dai muoviamoci che siamo in ritardo!» E così eccomi qua, ad arrancare faticosamente sulla neve indossando le ciaspole per la prima volta. Al rifugio, il corso sulla reflex e la fotografia di paesaggio è stato così interessante che abbiamo perso il senso del tempo ed ora siamo in ritardo sul programma. Dobbiamo raggiungere la cima di un’altura innevata prima del tramonto. Saranno si e no duecento metri ma mi sembrano due chilometri! Sono senza fiato: «L’elicottero del 118 ce la fa ad arrivare fin qui, vero?» «Sì sì tranquillo» mi risponde Alessandro sorridendo.  Ok, stavo scherzando ma fino ad un certo punto… «Dai che manca poco, siete quasi arrivati». Quando inizi una salita a 2.236 metri di quota è bene partire con un passo leggero, senza fretta, ed invece bisogna arrivare in cima prima che il sole tramonti altrimenti perdi l’attimo, il momento supremo, il motivo fondamentale per cui sei qui in questo preciso istante: “la ricerca dello scatto perfetto”.

Il cuore è al limite, ogni quattro passi devo fermarmi per trovare l’energia per i quattro passi successivi. “Però, non male le ciaspole! Non sprofondo nella neve e nemmeno scivolo! Tutta fatica risparmiata”. Piano piano, un passo alla volta, raggiungo la cima, e non sono nemmeno l’ultimo! Ok, calma fermi tutti, ora devo capire dove sono e cosa succede, qualche attimo ancora perché il cervello ritrovi un po’ di lucidità.

Da qui si domina il passo di Giau con la Gusela del gruppo del Nuvolau a guardia del valico. Il paesaggio è magnifico e lo sguardo si perde tra le montagne innevate e il blu profondo del cielo. Siamo arrivati in tempo, il tramonto però è piuttosto deludente, a ovest le nuvole coprono il sole che sta calando e le vette non sono illuminate dalla luce dorata che vorrei. “Non importa, vediamo se posso trovare qualche composizione interessante”.

Passo Giau (BL)

Apro il cavalletto, monto la fotocamera e mi guardo attorno. Qualche foto al passo, qualche scatto al tramonto, poi si avvicina Alessandro, da perfetto organizzatore è sempre molto attento: «Come va? Hai settato i parametri corretti? Controllato il fuoco? Tolto lo stabilizzatore?». Meno male che c’è qualcuno che mi ricorda i dettagli fondamentali… “Lo stabilizzatore!”.

Ok ora tutto è a posto. «Posso vedere l’inquadratura?» «Secondo me faresti bene a spostarti, in modo da escludere questa neve in primo piano che disturba la composizione». Giusto, mi sposto più vicino al bordo del piccolo altopiano in direzione del tramonto.  Dopo essere andato velocemente a recuperare il tappo di un obiettivo che era caduto ad uno di noi e scivolato fin quasi ai piedi della collina, Alessandro ritorna, tranquillo e sereno. Senza nemmeno la necessità di riprendere fiato mi aiuta a comporre l’immagine sul display della fotocamera.  Nel frattempo il sole continua a calare e le nuvole, ora illuminate dal basso, iniziano a colorarsi di rosa, arancione, rosso, viola, fucsia, magenta ed altri colori straordinari ancora senza nome.

Incantato dal momento, in ginocchio sulla neve, solo davanti al miracolo, cerco di catturare la luce…

Colori del tramonto dal passo Giau
Wanderersouls

Catch the light

“Come on, let’s move, let’s be late!” So here I am, trudging on the snow wearing the snowshoes for the first time. At the alpine hut, the “reflex camera and landscape photography” course was so interesting that we lost track of time and now we are late on the program. We must reach the top of a snowy hill before sunset. It will be about two hundred meters but it seems to me two kilometers! I am out of breath: «The rescue helicopter can get this far, right?»«Yes, yes, don’t worry,» Alessandro replies smiling. Ok, I was joking but not too much … «Come on, there is little left, you are almost there». When you start an ascent to 2,236 meters above sea level, it is good to start with a light, unhurried step, and instead we have to get to the top before the sun sets otherwise you lose the moment, the supreme instant, the fundamental reason why you are here now: “the search for the perfect shot”.

The heart beats to the max, every four steps I have to stop to find the energy for the next four steps, “But, not bad snowshoes! I don’t sink into the snow and I don’t even slide! All saved energy”. Slowly, step by step, I reach the top, and I’m not even the last! Ok, calm down, stop everyone, now I have to understand where I am and what is happening, a few more seconds for the brain to find some clarity.

From here you can dominate the Giau pass with the Gusela of the Nuvolau group guarding the pass. The landscape is magnificent and the gaze is lost between the snow-capped mountains and the deep blue sky. We arrived on time, but the sunset is rather disappointing, to the west the clouds cover the setting sun and the peaks aren’t illuminated by the golden light that I would like. “It doesn’t matter, let’s see if I can find some interesting composition”.

I open the tripod, mount the camera and look around. Some photos at the pass, some shots at sunset, then Alessandro approaches: «How’s it going? Have you set the correct parameters? Checked the focus? Removed the stabilizer?». Luckily there is someone who reminds me of the fundamental details … “The stabilizer!”.

Ok now everything is fine. «Can I see the shot?» asks Alessandro, «In my opinion you would do well to move, so as to exclude this snow in the foreground that spoils the composition». Right, I move closer to the edge of the small plateau in the direction of sunset. After going quickly to retrieve the cap of a photographic lens that had fallen and slipped almost to the foot of the hill, Alessandro returns, calm and peaceful. Without even needing to recover his breath, he helps me compose the image on the camera display. In the meantime the sun continues to drop and the clouds, now illuminated from below, begin to turn pink, orange, red, purple, fuchsia, magenta and other extraordinary still nameless colors.

Enchanted from the moment, kneeling on the snow, alone in front of the miracle, I try to catch the light ..

Sunset from the Giau pass – Italy

Al centro dell’universo

Paramecio

Su come la vita sia iniziata sulla Terra non vi sono certezze, sicuramente però la base molecolare su cui si fonda obbliga i primi esseri ad avere delle dimensioni specifiche: non troppo piccoli altrimenti i processi chimici metabolici non possono avvenire e non troppo grandi per mantenere una coerenza nell’organizzazione dell’individuo.

Tra la minima dimensione quantistica e la massima dimensione dell’universo vi sono 60 ordini di grandezza. (Il rapporto tra un ordine e il successivo è di 1/10).

La misura della cellula, espressione basilare della vita, si colloca perfettamente a metà tra queste dimensioni. E così, seppure in modo diverso da quanto considerato in passato ma con una potenziale applicabilità anche a sconosciute specie aliene, l’essere umano e tutti i viventi, ritrovano da questo particolare punto di vista, la centralità smarrita nell’infinito spazio cosmico.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Ordini_di_grandezza_(lunghezza)

Galassia

Mancava poco alla mezzanotte, Peter camminava tranquillo sul sentiero di sabbia poco illuminato tra i pini marittimi e le capanne, il rumore dell’animazione del villaggio vacanze diminuiva mentre si allontanava dalle zone comuni.
I pensieri, inquieti ed agitati come farfalle colorate, lo portavano verso il pontile; affollato di giorno da persone che prendevano il sole e si
tuffavano in acqua, ora era deserto.
Passò accanto agli scogli dove due ragazzi si stavano baciando al buio, raggiunse la zona pianeggiante alla base del molo, una coppia conversava a bassa voce, seduta sui lettini di plastica bianca.
I suoi passi risuonavano mentre camminava lentamente sul pontile di legno, il mare era calmo, la lieve brezza del giorno si era fermata, solo un lieve sciabordio proveniva dagli scogli sulla riva.
Gli occhi si stavano abituando al buio, nella notte senza luna lievi bagliori guizzavano nell’acqua, forse dei gamberetti, si chinò per guardare meglio, non era bioluminescenza.

Si alzò in piedi e guardò verso l’alto, per la prima volta la vide, maestosa ed infinita. Una scia lattiginosa nel cielo nero, la Galassia! Invisibile da casa per l’inquinamento luminoso della città. Le foto, nonostante la capacità di raccogliere e moltiplicare la luce, non si avvicinano nemmeno alla magnificenza del cielo stellato.
Rimase ad osservarla silenzioso, riconoscendo le stelle e le costellazioni che la punteggiano: a sud, nella zona più luminosa del centro galattico, la forma a teiera del Sagittario e poi risalendo l’Aquila con Altair, Deneb nel Cigno, la luminosa Vega allo zenith fino a Cassiopea dove la Via Lattea sfumava a nord.
Erano evidenti anche le zone d’ombra, oscurate dalla polvere cosmica.
Lentamente aprì le braccia, alzando lo sguardo al cielo.
In un istante la consapevolezza si cristallizzò attorno a lui e per un attimo il tempo si fermò.
Percepiva chiaramente la propria posizione sul pianeta: nel solstizio d’estate 2020, a quarantacinque gradi sul bordo della Terra, proteso verso il cielo, le braccia allineate al piano orbitale, la luna e sole in eclissi alle spalle, guardava rapito lo spazio esterno al sistema solare.

La luce di innumerevoli stelle, proveniente da luoghi e tempi immensamente lontani, convergeva attraverso i suoi occhi in un luogo della sua mente (100 miliardi di neuroni, circa 130 mila miliardi di sinapsi, 500 volte le stelle di tutta la Galassia).
Nello stesso momento, all’interno del cervello, tutti i moduli pulsavano sincronizzati, espressione macroscopica di un universo quantistico neuronale. Il modulo visivo associava la luce al concetto stella che richiamava i nomi e le esperienze collegate, miriadi di connessioni agivano all’unisono raggiungendo le aree frontali della coscienza.
Un lampo luminoso originò la singolarità, qualcosa si espanse dal punto, raggiungendo i limiti del cosmo.
Per qualche istante il tempo perse significato, la visione quasi lo travolse, non faceva freddo ma sulla pelle sentiva strani brividi, quasi che il corpo non bastasse più a contenerlo.
Era lui un punto infinitamente piccolo, al centro di innumerevoli rette, eccezione straordinaria, in grado di espandere la propria consapevolezza al cosmo che lo circonda.

Riprese a respirare e a percepire i suoni lontani.

Una farfalla si alzò dal molo e si posò sul dorso della mano destra ancora rivolta al Sagittario… poi, con un leggero battito d’ali, volò via verso il mare aperto.